Menadismo e Tarantismo

 

I CULTI DI POSSESSIONE: TRA MENADISMO E TARANTISMO

I culti di possessione sono cerimonie pubbliche nel corso delle quali alcuni adepti in trance sono considerati posseduti dai loro "geni" che si manifestano attraverso gesti particolari, passi di danza specifici, ecc.
Le entità sovrannaturali che si manifestano in questo modo sono, per così dire, convocate dai musicisti che conoscono le loro "devises" musicali e vocali.
All'ascolto di queste “devises” gli adepti dell'entità invocata entrano in trance e danzano.

MENADISMO

Le prime Menadi, nella leggenda, sono le ninfe che hanno nutrito Dioniso bambino; dette anche Baccanti, Tiadi, Bassaridi o sacerdotesse del dio. Durante le feste, invasate, si abbandonavano a ogni sorta di danza scomposta, e, agitando il tirso, con i capelli scarmigliati e incoronati da pampini ed edera, suonavano il flauto doppio o percuotevano un tamburello; esse accompagnavano Dioniso nei suoi viaggi, e comandavano, inoltre, alle belve. Dioniso rappresentava nella cultura greca la forza vitale del mondo vegetale e animale; chi lo venerava ne acquisiva il “furore” non inteso come follia bensì come stato d’invasamento divino, condizione vicina alla ubriacatura da vino, e per questo il suo nome viene spesso accostato alla vite ed all’uva.

I testi antichi ci hanno trasmesso un numero considerevole di termini con i quali le Baccanti venivano designate e, partecipando al culto dionisiaco, davano vita a quel fenomeno detto appunto menadismo.

Baccanti, dunque, è il termine più usato, costruito su uno dei nomi di Dioniso, Bacco; Menadi, termine già usato in Omero e divenuto in seguito espressione del linguaggio poetico, fa riferimento alla mania divina da cui tali donne risultavano colpite; a Sparta si ha testimonianza di certe dionisiai o dysmoinai, "brutte folli", a causa dell'espressione angosciata dei loro visi nello stato di trance; le tiadi, invece, sono i membri delle corporazioni femminili che partecipavano regolarmente alle celebrazioni dionisiache.

Per quanto riguarda l'origine e l'introduzione del menadismo, si è portati a inserire il fenomeno in un contesto ben più ampio rispetto al circoscritto mondo greco, rappresentato da una millenaria tradizione religiosa connessa al culto di grandi divinità femminili dei pantheon anatolici.

La donna diventa una menade quando, durante la notte e le prime ore del mattino, affronta l'oreibasìa, ossia la corsa sfrenata sui monti: scenario della mania dionisiaca è, infatti, la natura aspra, selvaggia, primitiva e lontana dalla civiltà, nella quale le donne greche, abbandonate le proprie occupazioni, intendono integrarsi sia fisicamente, con l'indossare abiti di pelli, serpenti avvinghiati, foglie di vite o edera, sia psicologicamente, partecipando al delirio cui le ha indotte il dio con danze sfrenate e urla.

Le testimonianze riportano come luoghi privilegiati le alture del Parnaso, del Citerone e del Taigeto. Il motivo per cui le menadi ritenessero necessario raggiungere un monte per celebrare i loro riti può essere ricondotto alla necessità di raggiungere un santuario, o alla tradizione per cui si credeva che sui monti, luoghi più vicini agli dei, questi si potessero rivelare o manifestare appunto attraverso la comunione estatica.

L'orgia bacchica segna poi il culmine del rito, quando, riunitesi nelle solitudini rocciose e boschive, ormai annientata la propria identità perché possedute dal dio, le menadi scatenano i loro istinti bestiali nella danza sfrenata e nel rituale dell'omophagìa, lo sbranamento di un animale selvatico in una sorta di mistico banchetto che realizza compiutamente la comunione con il dio.

E’ interessante , nel caso delle pratiche orientali come il dionisismo, osservare l'esistenza di diversi gradi di "esperienza religiosa", gli uni ispirati al panteismo naturalistico e all'immanenza (sarebbe il caso del coribantismo, che appare come possessione da parte di spiriti individualizzati, e di certe forme di delirio delle menadi), gli altri più legati all'unitarietà, come nel caso del mirabile realismo delle Baccanti, che fa piuttosto cadere l'accento sull'esaltazione del sentimento di pienezza prodotto dall'epifania di Dioniso.

TARANTISMO

Fenomeno analogamente sviluppato e analizzato durante i secoli è stato il Tarantismo. Secondo le credenze popolari, era una malattia provocata dal morso della tarantola, un piccolo ragno la cui presenza si manifestava soprattutto nei mesi estivi.  Provocava uno stato di malessere generale – dolori addominali, stato di catalessi, sudorazione, palpitazioni – e una sintomatologia psichiatrica simile ma distinta dall’epilessia.

Le vittime più frequenti del Tarantismo erano le donne, in quanto durante la stagione della mietitura, le raccoglitrici di grano erano maggiormente esposte al rischio di essere morsicate da questo fantomatico ragno.

Esso si connotò inizialmente come fenomeno religioso che caratterizzò l’Italia meridionale e in particolare la Puglia fin dal Medioevo; visse un periodo felice fino al XVIII secolo per poi subire un lento e inesorabile declino nel XIX secolo; e, come spesso accade per i rituali a carattere magico e superstizioso, anche a questa tradizione si cercò di dare una “giustificazione” cristiana: così si spiega il ruolo di San Paolo, ritenuto il santo protettore di coloro che sono stati pizzicati da un animale velenoso, capaci di guarire per effetto della sua grazia. La scelta del Santo non è casuale poiché una tradizione vuole che egli sia sopravissuto al veleno di un serpente nell’isola di Malta .

Il tentativo di Cristianizzazione del Tarantismo non riuscì però completamente: infatti, durante i loro balli, le donne tarantate esibivano dei comportamenti di natura oscena, ad esempio mimando rapporti sessuali, mostrando impudicamente le parti più intime del loro corpo, o orinando sugli altari; per questo motivo, la chiesa di San Paolo di Galatina, dove i tarantati venivano condotti a bere l’acqua sacra del pozzo della cappella, venne sconsacrata, e San Paolo da santo protettore degli avvelenati cominciò ad essere ricordato come il santo della sessualità.

Il fenomeno del Tarantismo si è andato progressivamente estinguendo ed è sopravissuto esclusivamente in determinate zone del Salento. In passato, era principalmente diffuso nelle province di Lecce, Brindisi, Taranto e probabilmente anche a Bari e in provincia di Matera.

Contro questo tipo di malattia l’unica reale ed efficace terapia sembrava essere il ballo della taranta, un rituale diffuso soprattutto nel Salento e nel sud Italia, il cui nome deriva dalla città di Taranto o dal fiume Tara; questo esorcismo ha inizio quando il tarantato avverte i primi sintomi del Tarantismo e chiede che vengano i musicisti a suonare la pizzica. Al suono della musica egli comincia a scatenarsi in una danza sfrenata che, in questa fase del rito serve, a determinare da quale tipo di taranta è stato avvelenato (ad esempio si distinguono la “taranta libertina”, la “taranta triste e muta”, la “taranta tempestosa”, la ”taranta d’acqua” ) . Dopo questa fase diagnostica comincia una fase “cromatica” in cui il tarantato viene attratto dai vestiti delle persone da cui è circondato (spesso dai fazzoletti) il cui colore dovrebbe corrispondere al colore della taranta che ha iniettato in lui il veleno. Tale attrazione viene manifestata a volte in modo violento e aggressivo. Il perimetro rituale non era solo circondato da fazzoletti colorati, ma anche da cose richieste esclusivamente dalla persona tarantata che potevano essere tini ricolmi d’acqua, vasi di erbe aromatiche, una fune, una sedia o una spada…. 

Inizia quindi una fase coreutica in cui il tarantato evidenzia sintomi di possessione di natura epilettoide, depressiva - malinconica, pseudo – stuprosa; durante questa fase l’ammalato si abbandona a convulsioni, assume delle posture particolari con le quali si isola dall’ambiente circostante e può assumere atteggiamenti che ricordano quelli della taranta stessa.

La tradizione del Tarantismo è in qualche modo sopravissuta sino ai giorni nostri con la messa – esorcismo del 29 giugno nella chiesa di San Paolo di Galatina.

Tuttavia sono andati progressivamente scomparendo i momenti di partecipazione collettiva e diminuisce sempre di più il numero di persone che si recano alla chiesa per dare luogo al rituale. Il contesto in cui avviene l'esorcismo del resto è radicalmente cambiato: non è più la comunità contadina riunita a condividere la stessa esperienza culturale ma solo una folla di curiosi e visitatori che con il rito hanno poco da spartire.

Mentre in passato i tarantati arrivavano nei carri, oggi essi sono trasportati in automobile e scendono a pochi metri dall'ingresso della chiesa; prima di entrare nella cappella viene svolto un breve rituale davanti alla chiesa, mentre i parenti degli ammalati impediscono ai curiosi di scattare fotografie e girare filmati.

Il rito all'interno della cappella non è pubblico ma aperto soltanto ai parenti stretti dei tarantati. L'esorcismo dura comunque pochi minuti, come ulteriore prova della disgregazione culturale di tale tradizione.

E’ interessante osservare come nel corso dei millenni, eventi e fenomeni che fanno di una civiltà le sue caratteristiche principali, provengano dalla riutilizzazione di miti e leggende e come, nella maggior parte dei casi, siano interpretate in diverse maniere alla luce di differenti culture e differenti usanze.

 

 

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